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Aggiornato al: 09 Dicembre 2019 00:00
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Benessere animale: una strada ancora lunga

Benessere animale: a che punto siamo? A rispondere alla domanda è il 7° rapporto annuale ‘Business benchmark on farm animal welfare’ (Bbfaw), realizzato da Compassion in World Farming e World Animal Protection e condotto in 23 Paesi mondiali, tra i quali l’Italia, su 150 società, fra dettaglianti e grossisti alimentari, operatori della ristorazione e industrie food.

Bbfaw incorona Coop Svizzera, l’inglese Cranswick (carni), Marks & Spencer, Noble Foods e Waitrose come leader nel trattamento riservato agli animali da reddito.

Mentre molte delle 150 società coperte dal Benchmark, hanno ormai adottato politiche di benessere animale e implementato sistemi di gestione in questo senso, una larga parte del campione dispone di pochi dati sulle performance della zootecnia collegata alla propria attività, o non ne dispone affatto.

Spiega, Nicky Amos, direttore esecutivo di Bbfaw: "La prassi aziendale continua a mostrare un miglioramento costante, anno dopo anno. Per esempio il 53% dei soggetti ha una supervisione esplicita in fatto di benessere animale da parte del Consiglio di amministrazione o dell'alta dirigenza e il 71% ha pubblicato in modo formale i propri obiettivi di miglioramento. Tuttavia questi risultati incoraggianti sui processi di gestione non si riflettono nell’operatività. Mentre poco più della metà delle aziende è in grado di esplicitare la percentuale di animali che non soggiacciono a forme di ‘isolamento’, solo una su 4 dà notizie inerenti alla quota del bestiame stordito prima della macellazione e solo una su 5 è in grado di quantificare i tempi di trasporto degli animali vivi".

Osserva Rory Sullivan, consulente senior di Bbfaw: "Gli investitori vogliono oggi certezze anche sui dati che le aziende sono in grado di erogare su questo elemento della filiera alimentare. Il nostro Benchmark evidenzia, però, uno stacco fra le politiche intraprese e le relative performance, evidenziando sia i casi virtuosi, sia quelli nei quali i processi di governance non sono adatti allo scopo, in un mondo in cui, invece, il benessere degli animali da allevamento è un fattore sempre più importante di valore aziendale".

Philip Lymbery, amministratore delegato di Compassion in World Farming, ha commentato: "Il Benchmark e gli investitori che lo supportano hanno svolto un ruolo chiave nel mantenere il benessere degli animali da allevamento saldamente inserito nell'agenda aziendale. Come mostra la relazione di quest'anno, dobbiamo garantire che questa attenzione fornisca benefici reali e concreti per gli animali allevati per uso alimentare".

Steve McIvor, amministratore delegato di World animal protection sottolinea che "uno dei risultati più significativi dell’edizione 2018 è che, tra le 55 aziende alimentari incluse nella rilevazione dal 2012, 17 (31%) hanno scalato un livello della graduatoria, 20 (36%) sono aumentate di due e 8 (15%) di tre. Questi miglioramenti sono ancora più sorprendenti, dato il restringimento dei criteri del benchmark e la maggiore enfasi sulla rendicontazione delle prestazioni".

Ma come si posizionano gli italiani? Come accennato Bbfaw è ripartito in scaglioni, in tutto 6, che vanno dal primo livello, leadership, fino all’ultimo, che indica che il problema è al momento solo nell’agenda di business. La prima realtà nazionale, compresa nella terza fascia (‘L’azienda ha fissato obiettivi di benessere animale, ma ha ancora molto lavoro da svolgere per implementarli’) è Barilla.

Il maggior numero di società italiane è nella quarta pozione (‘making progress’). Parliamo di Camst, Coop, Ferrero, Cremonini, Gruppo Veronesi. Nella sesta posizione (business agenda) ci sono Autogrill e Conad, ma come precisa ‘Il Fatto Alimentare’ “il rapporto quasi certamente non tiene conto dei recenti impegni presi dalle due società italiane. È di novembre, infatti, la decisione di Conad di non vendere più uova da galline allevate in gabbia di qualsiasi marchio entro il 1° luglio 2019, mentre Autogrill ha annunciato all’inizio di gennaio di volerle eliminare dalla catena di approvvigionamento entro il 2025”.

Rimane il fatto che la strada da percorrere è ancora lunga.

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  • I criteri di classificazione

    I criteri di classificazione

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